In Islanda la gravel diventa una prova di sopravvivenza. Al The Rift 2026 ha debuttato un percorso lunghissimo, 330 km battezzati non a caso 'The Abyss', con 4.600 metri di dislivello e partenza a mezzanotte, al buio. Ha vinto tra gli uomini lo statunitense Chase Wark (Lunchbox Racing) in 14:06:26, con quasi 10 minuti su Mathieu Bélanger-Barrette e Nils Correvon terzo staccato di oltre un'ora. Tra le donne si è imposta Maddy Nutt (Lauf Cycles), nona nella classifica assoluta, chiudendo in 17:08:03.
La vittoria di Nutt racconta bene cosa significhi correre distanze del genere. La britannica, già prima al Traka 560 e seconda all'Unbound XL quest'anno, ha raccontato di aver pedalato per 240 km su una sella che si muoveva in continuazione. Aveva montato un reggisella diverso dal suo Lauf, e il collarino non reggeva le vibrazioni del terreno vulcanico. Risultato: gran parte del tempo in piedi sui pedali o seduta con cautela, ricolpendo la sella per rimetterla in posizione. "Ho pianto e ho quasi mollato più volte, ma ero in testa alla gara e ho pensato di arrivare al traguardo nonostante fastidio e disagio", ha scritto sui social. Ha preceduto Anuchi Gago di 20 minuti e Kae Takeshita di oltre un'ora e 20.
Per chi non punta all'estremo restava la prova elite da 200 km, alla settima edizione, con 2.600 metri di dislivello tra piane laviche, creste esposte, guadi di fiumi e la salita sul vulcano Hekla. Qui c'era anche un pezzo d'Italia: Erica Magnaldi (UAE Team ADQ), campionessa italiana ed europea gravel, ha chiuso seconda tra le donne a un solo minuto e un secondo dalla vincitrice Haley Smith (Factor Racing), rientrata dopo una caduta pesante per imporsi in 7:25:50. Terza Morgan Aguirre. Rosa Kläser, vincitrice uscente, ha ritirato dopo essere stata ripresa dal terzetto di testa.
Tra gli uomini sui 200 km, volata a tre risolta da Anton Stensby (FARA) in 6:16:51, con Rasmus Bøgh Wallin a 20 secondi e Adne Koster staccato di altri 19. In gruppo c'era pure l'ex mountain biker Nino Schurter, decimo.
Perché ti interessa? Perché il The Rift è ormai uno dei banchi di prova più duri del calendario, e la vicenda della sella di Nutt è un promemoria concreto: sulle ultradistanze conta l'affidabilità del materiale quanto le gambe. Cambiare un componente all'ultimo, anche piccolo, può costarti la giornata.
Fonte: cyclingnews.com.
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