C'è un percorso che sta girando parecchio in questi mesi: la cosiddetta quarta via dello Stelvio in gravel. Diversi influencer del nostro ambiente la stanno spingendo come l'ennesima avventura da spuntare sul taccuino. Peccato che, a guardarci dentro, la faccenda sia meno pulita di come viene raccontata.
A fare chiarezza ci ha pensato un video di Gravel Club, che affronta l'argomento senza troppi giri di parole. Ne parla gravelnews.it, che lo ha visto per intero e ne riporta la sostanza. Il video, ammettono, è un po' lento nel ritmo, ma quello che dice vale la pena ascoltarlo: spiega il percorso passo passo, cosa aspettarti per scalare questa quarta via, e soprattutto racconta com'è fatto davvero il tracciato.
La conclusione è netta. Questo non è un percorso gravel. È roba da mountain bike, sia per il divertimento sia, cosa più importante, per la sicurezza di chi lo affronta. Non è la prima volta che escono perplessità su questo tipo di itinerari, ma stavolta il quadro sembra chiaro.
Perché ti interessa? Perché il rischio è concreto anche qui da noi. Il gravel tira, e con lui tira la voglia di mettere in fila salite iconiche e panorami da cartolina. Lo Stelvio è una calamita naturale. Quando un tracciato viene etichettato come gravel solo perché fa più appeal sui social, chi ci va con la bici sbagliata rischia grosso: gomme troppo strette, geometrie non adatte, freni al limite su fondi che chiederebbero ben altro mezzo.
Il punto non è demonizzare l'avventura. È usare la testa prima di seguire l'hype. Se un percorso richiede una MTB, va fatto in MTB. Non perché il gravel non sia capace di cose serie, ma perché ogni bici ha il suo terreno, e forzare la mano in alta montagna si paga caro. Meglio arrivare in cima divertendosi che ritrovarsi a spingere (o peggio) su un sentiero che non perdona.
Morale: prima di comprare un tracciato solo perché lo pubblicizzano come gravel, controlla di che pasta è fatto davvero. E se hai dubbi, il video citato è un buon punto di partenza per farti un'idea onesta.
Fonte: gravelnews.it.
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